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Errare per le città, le strade, entrare e uscire dai bar, osservare come l’ambiente cambia e influenza i comportamenti affettivi è il gioco chiamato “deriva” da Guy Ernest Debord e Ivan Vladimirovitch Chtcheglov (Gilles Ivan) che danno il via alla “psicogeografia”. L’autore Daniele Vazquez ricostruisce nel suo Manuale di psicogeografia proprio le tappe che hanno portato alla nascita di questa nuova “scienza” a partire dagli anni Cinquanta fino ad arrivare ai giorni nostri con l’affermazione di questa disciplina dello spazio sociale.
La psicogeografia si afferma nel corso degli anni come una pratica razionale di indagine attraverso la deriva, un “gioco” casuale, un errare vagabondo tra i quartieri di una Parigi bloccata dagli scioperi dei trasporti pubblici. “Il rovesciamento del mondo oltrepassando la frontiera magica tra lo spazio della casa e quello della strada” è il senso del vagabondare secondo Debord e Ivan per la realizzazione dell’ “urbanismo non utilitario”; perché “il fascino – nel senso più forte – che continuano ad esercitare i grandi castelli del passato, i villaggi circondati da palizzate dei bei tempi del Far West, le case inquietanti del porto di Londra – cantine comunicanti con il Tamigi – o i dedali dei templi dell’India non devono essere abbandonati a una debole evocazione occasionale nei cinema, ma utilizzati in costruzioni concrete”.
Per Debord è necessario utilizzare i luoghi già esistenti, questo perché il nuovo urbanismo utilitario non deve trasformarsi in una architettura tout court ma piuttosto deve valorizzare costruzioni esistenti realizzano “uno spazio d’azione che vuole essere una sintesi direttrice delle grandi arti di tutte le epoche”.
Nel corso degli anni questa scienza assume un suo peso all’interno del gruppo dei “situazionisti“: “lo studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, che agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui”, in cui prevale un determinismo geografico per cui la composizione dei suoli, il clima, le forze naturali incidono sugli aspetti sociali, psicologici ed economici di una città.
La psicogeografia si trasforma nel corso dei decenni fino ad analizzare gli spazi urbani prevalentemente sotto il profilo sociale. Questo vuol dire che i quartieri, le città vengono considerati come frutto dei mutamenti sociali, una visione che si discosta da quella del non-luogo (nell’antropologia della società complessa) o dello spazio dei flussi (nella sociologia urbana e nell’economia politica).
Le città, le aree urbane, dunque, non sono solo il risultato delle dinamiche economiche dominanti in un’epoca ma anche “l’uso che se fa e se ne può fare dal basso”, per cui se l’èlite dominante crea edifici distruggendo i luoghi, l’uso sociale dello spazio sembra invece produrli.
Daniele Vazquez, Manuale di psicogeografia, Nerosubianco, 2010